JUST THE TWO OF US

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Terra e Acqua Dolce, per iniziare. Poi tutto il resto.


NO AGENDA

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La prima canzone dell’anno correndo sul lungomare in solitudine.

Mh.

Non Esprimere l’Amore di William Blake

Non esprimere l’amore,
Quello vero è sempre ascoso;
È uno spiro che si muove
Silenzioso, misterioso.

Dichiarai, il mio grande amore
Il mio cuore le si aprì,
Con paure orrende, fredda
Ah, tremando, lei fuggì.

Come fu da me lontana
Un viandante l’accostò,
Silenzioso, misterioso:
Sospirò e la conquistò.

Ain’t No Sunshine when She’s Gone 


MIKE THE CELLO WHISPERER

Scava la corda. Agguanta. Avvolgi. Rilassa. Rallenta. Scarica il peso.

Non devi dimostrare niente a nessuno. E’ una ricerca. Quello che hai dentro uscira’. Sarà il tuo suono

   Ho incontrato, o per meglio dire, mi sono imbattuta nel mio Maestro di violoncello grazie al liutaio Claudio Arezio, da cui ho comprato lo strumento. La classica situazione in cui, da perfetta absolute beginner, non hai la più pallida idea da dove iniziare, chi sentire, insomma dove sbattere la testa. La bottega in semi oscurità, segatura a iosa, polvere, anfratti mai vuoti, e proprio accanto alla porta d’entrata, sono esposti due violoncelli: uno palesemente tirato a lucido, bello esteticamente, direi impeccabile, bel tono di colore del legno e, sporgendosi a sbirciargli la schiena, una focatura bellissima e regolare. Accanto, un lontanissimo parente di violoncello, di quelli proprio negletti, che quasi ti mettono in imbarazzo tanta è la diversità, con una laccatura bruttina che ti rimanda subito alla tradizione cinese, quella da due soldi, ammaccato, non certamente attraente. Sfioro le corde per sentire il timbro di entrambi e, sorprendentemente, se il violoncello bello riusciva a prodursi in un suono veramente profondo e unico, quando sono arrivata a toccare le corde del parente “bruttino”, sono rimasta a bocca aperta per la personalità decisa e affascinante di quella vibrazione minimale di corde. Una tale differenza estetica, una tale differenza di prezzo: eppure la mia scelta obbligata (il liutaio mi aveva telefonato parlandomi appunto di un violoncello cinese a buon mercato), a pelle, da profana pura, sembrava essere un grande affare. Mi giro verso Claudio e gli chiedo: “Ma sono io che ovviamente non capendoci niente in questo campo, mi sto illudendo che questo strumento “sbatacchiato” abbia un suo perché, oppure veramente ha delle potenzialità”? Sorridendo mi dice: “No, effettivamente e’ un violoncello cinese, senza un particolare valore, e quando l’ho preso, l’ho smontato e rimontato, aggiustando alcune piccole cose come il ponticello, messo corde buone..E, anch’io non credevo, ha invece un bel suono, considerato tutto. Per un principiante, per studiare, secondo me e’ perfetto”.

Non  mi ero sbagliata. La sensazione a pelle era giusta. Era il mio violoncello. Ci eravamo trovati. In fondo siamo simili nelle nostre condizioni “sdrucite”. Come osservarsi in uno specchio. Claudio mi allunga il pezzetto di carta con su scritto il numero di tal Michele, insacco il violoncello e l’archetto con un sorriso commosso. C’è una luce fortissima fuori, anche in una viuzza come Via del Leone. Trasporto lo strumento in modo fantozziano,  orizzontale come se fosse una chitarra, ben sapendo che, anche con una custodia cosi’ “raccattata”, ci sarà sicuramente un modo migliore per deambulare. Eppure mentre svicolo fino alla macchina, mi sento proprio a mio agio, nonostante d’altra parte sembri così impacciata.

Michele, ormai ribattezzato Mike The Cello Whisperer (grazie alla felice intuizione di Matteo e alla mia ridondanza di entusiasmo) potrebbe essere l’archetipo del perfetto insegnante che, appunto perché troppo perfetto, sarebbe giusto per la costruzione di un personaggio da film. In tutte e tre le lezioni che ho fatto, non riuscivo quasi a credere ai miei orecchi e ai miei occhi, e allo stesso tempo pensavo quale parte del mio karma dovevo ringraziare per cotanta fortuna.

Martedì ho lezione, dopo uno stop di un paio di settimane, in cui mi sono messa sotto braccio spartiti su spartiti livello zero, cd, spunti. Mike e il resto della famiglia, che ha purtroppo assistito alle mie imbarazzantissime performances tipo non-so-nemmeno-tenere-l’archetto-in-mano, mi hanno preparato una borsina piena di roba, come se fosse Natale.  “Guarda, prova, usa quello che ti serve, prendici confidenza..E’ tanta roba, ma è solo per vedere cosa ti ispira di più, cosa cattura la tua attenzione. Poi riguardiamo tutto insieme e ti spiego”.

Suonare il violoncello, come forse molti altri strumenti, è anche un allenamento fisico, per via dei movimenti nuovi, per le impostazioni che non hai mai sperimentato nella vita di tutti i giorni, la presa sull’archetto, le linee da tenere, il rilassamento che però deve subentrare per ottenere il suono. Mi sarei aspettata di parlare qualche minuto (e invece abbiamo parlato molto del più e del meno, e soprattutto di come vediamo le cose, delle motivazioni), che Mike poi aprisse le prime pagine  di un metodo dal nome altisonante e via si iniziasse a studiare in modo canonico.

Invece è stato, ed è, prima di tutto un capire come tenere lo strumento, come sentirlo, come sentirsi a proprio agio, indugiare a guardarsi, come si reagisce, cosa non viene naturale o cosa ti conquista subito come inclinazione naturale. Suonare in due sullo stesso archetto, per intuire che tipo di movimento dev’essere; qualcosa che non puoi spiegare a parole, come non puoi sentire davvero se sei rigida, e quindi fermi l’uscita del suono e stai per accartocciarti invece che avvolgere il violoncello.

E’ come per le cose importanti: c’è una dualità estrema, e soltanto afferrandola mi sembra di riuscire a iniziare a capire. Ti sbatti una vita sperando di incontrare un piccolo cosiddetto “Maestro di Vita”, qualcuno che, volente o nolente, riesca ad innescare non sai nemmeno te cosa, ma pensi che lo sentirai nel momento in cui succede. Magari è anche una pretesa vigliacca sperare di mettersi lì e sparare domande al tipo che hai davanti e che trovi così “saggio”.

Il bello è che non faccio domande, cioè non più del necessario, perché imparare a suonare il violoncello è commovente, introspettivo, gioioso, malinconico, energico, delicato. E le domande si rispondono da sole. Via, via.

La mia idea di Blues.

Il suono arriverà. E io starò meglio.

Grazie Mike.

PS  Intanto “Twinkle, Twinkle Little Star” sembra uno dei pezzi piu’ interessanti mai composti…


OGGI E’ UN BEL GIORNO PER CORRERE

Dal Libeccio con 15° o giu’ di li’ di qualche giorno fa, siamo passati al sottozero con una certa nonchalance.

Ieri, 16 Dicembre, e’ stato uno dei giorni piu’ freddi: secco, tramontana tesa, sole che butta spilli con la tecnica bastone/carota. Torno con il freddo nelle ossa, manco fossi stata tutta la mattina al gelo e immobile. Entrando in casa mi dico che non potro’ avere nemmeno la forza di levarmi il cappottino, figuriamoci pensare di sgambettare fuori. Eppure il nefasto pensiero dura un minuto: subito dopo mi ritrovo a scaraventare borsa e strati di vestiario come se lanciassi un giavellotto ingombrante. Meglio non ripensarci, mi dico.

Agguanto l’equipaggiamento e mi infilo in bagno a cambiarmi.

Il dilemma maggiore si concentrava sul fatto di indossare una t-shirt sopra il top oppure solo una canottierina (con l’occhio destro scrutante in alto, stavo ipotizzando il solo toppettino e via, maremma incauta). Ha la meglio questo abbinamento:

top+canottiera+felpa (tutto a misura aka stretto), calzamaglia 3/4 (scartati i pantaloni lunghi secondo strato).

Fuori sono 2° circa ma, appunto, la Tramontana e’ tesa e l’abusata “percezione” si attesta decisamente allo 0° o anche meno.

Eppure c’e’ sempre quella sensazione, quella chiara sensazione, ogni volta che ci si prepara con l’abbigliamento da corsa: la realta’ diventa piu’ soggettiva del normale e la temperatura interna sembra aumentare senza spiegazione, come se fosse un codice HTML inamovibile.

Calzo tutto per bene, soprattutto le scarpe, con le stringhe strette ad hoc (la sola immagine di un paio di stringhe che si sciolgono mentre si va, e’ roba da bestemmia assoluta), le scarpe sembrano avere tacchetti tanto sono ammortizzate e sempre “nuove”, lascio passare il filo degli auricolari lentamente lungo la schiena fino alla taschina dei pantaloni, inarcandomi leggermente in un delicato stretching, cerco l’iPod, lo collego, prendo le chiavi.

Pronta.

Manca solo di passare davanti al barattolino del miele (castagno, utile per la gola e raffreddamenti, cosi’ mi sembra), estrarre un bel mezzo cucchiaino di nettare, assaporarlo un po’ e lasciare il resto in sospeso sulle papille gustative per i primi minuti di corsa. In un certo senso, e’ come se fosse un metodo di distrazione dall’attrito dei primi passi, aldila’ della razione glucidica.

Arrivo al marciapiede facendo partire iTunes, settando il Nike+GPS, con sferzate agghiaccianti che mi fanno offrire la schiena ingobbita come riparo, ma esponendo quella razione di collo-zona cervicale, tanto indifesa e candida.

“Starting Workout” mi dice la voce di questa sportivona autorevole che ad ogni KM mi fa la conta di tutto. C’e’ tanto sole, sono le 2, quelle assolate e silenziose che amplificano le sensazioni belle, e io corro. Il primo pensiero che mi attraversa la mente e’ che “Oggi e’ un bel giorno per correre, oggi e’ un giorno buono”.

Mi ritrovo a vedermi dall’esterno che biascico come una ruminante provetta o come se stessi destreggiandomi con una gomma riottosa: e’ quell’appiccichio del miele che in alcuni punti si confonde con la crema al burro di karite’ che ho messo agli angoli della bocca, quegli angoli su cui per vizio antico, soprattutto in inverno, passo la lingua, inconsapevolmente come mordersi le unghie, e che espongo ai peggiori taglietti sanguinanti della storia umana. Karite’ e miele al castagno sanno di buono, in fondo.

Altrettanto inavvertitamente il 1°KM va via liscio come l’olio: in realta’ il piu’ veloce mai fatto fino ad ora. Come mai? Sconto la goduria con crampi dal 2° al 4°KM, non intensi, solo fastidiosi. Mi dico che devo capire perche’ solo nelle ultime 3 corse ho avuto crampi che non conoscevo…Aldila’ della probabile scarsita’ di potassio e magnesio..

“Ora passa, ora passa, tranquilla..” mi suggerisco come se fossi una schizzata visionaria con le voci in testa. In realta’ sembra proprio che la corsa riesca a potenziare questo dialogo interno: si diceva con Reuven che e’ meditazione… Si’, puo’ essere questo l’alibi…

Vedrai passa e infatti passa, senza tanto clamore, passo dopo passo, mentre si anima la strada punteggiata da cani a passeggio, gente incappucciata con perizia, gli allenamenti di calciatori in erba con lo stretching piu’ idiota che si possa concepire, manichini infreddoliti alla fermata dell’autobus. E io che mi fumo l’asfalto con calma, mentre dall’8°KM mi sento sui pattini, con il bacino che cazzeggia felice e una falcata che non e’ profonda ma e’ raccolta e testarda.

Mi dico che posso arrivare fino al punto della corsa piu’ lunga, ossia 11,2KM. Perlomeno. L’entusiasmo del principiante ingenuo prende il sopravvento e arrivo a pensare “Che sara’ mai farsene 42 di KM?…Oggi e’ un peccato fermarsi…” Mi ricordo di quando sono in bici, in quelle giornate “perfette”, in cui i’Gino (aka i’ mi’ Babbo) sentenzia “Vado cosi’ bene da spaccare la bici”. Rende l’idea.

Passato il Guinness personale, mi dico che perlomeno in questa giornata baciata, posso arrivare a 15KM. 15KM! E allora perche’ non fermarsi alla mezza maratona esatta? Giusto per stabilire un punto fermo istituzionale?

Mentre mi arrovello in cotanti ragionamenti, mi accorgo improvvisamente che il sole mi sta abbandonando crudelmente, con l’immediata conseguenza di un certo raffreddamento, in particolar modo alle gambe: la parte piu’ “leggera”. Mi autoesorcizzo e mi convinco che arrivare per forza al 20esimo KM impuntandosi contro tutta la buona corsa messa insieme fin’ora, rischiando di concludere sfinita sia proprio una bischerata.

Cos’e’ 17, cos’e’ 20? “Il 17 sara’ comunque un 20, anche se si definisce 17” (cit. Billy Shake).

Non si puo’ andare contro Shakespeare, non si possono bruciare con pressappochismo 3KM preziosi. Me li centellino, me li coccolo e me li mangio la prossima volta, con lo stomaco pronto ad accoglierli.

17. Passo e chiudo.

SI


EARLY BIRD’S EYE VIEW

Ho comprato il mio primo libro di Haruki Murakami il 13 Ottobre 2009, in inglese, da Barnes & Noble.
Ne parlava masinutoscana, con un notevole entusiasmo; anzi, direi con quello stato d’animo che ti fa intuire si stia discutendo di un Autore con la A maiuscola, a tratti “classico”, e comunque qualcosa con cui avere a che fare.
What I Talk About When I Talk About Running” racconta di Corsa, una delle attivita’ piu’ distanti dalla sottoscritta per i seguenti semplici immediati motivi:
Incapacita’ Fisica
Mancanza di Resistenza
L’Aura a “Sacco di Patate”
Penso con nessun’altra attivita’ mi sia mai sentita piu’ inetta: addirittura peggio del Salto in Alto, Salto in Lungo e tutta l’ameno corollario di esercizi che vanno sotto il nome di atletica.
Datemi da camminare per ore, in salita, sotto il sole, con la grandine che mi sfregia la faccia, con il fango che mi fa battere boccate in terra; oppure una bici lungo la “strada piu’ bianca” che si possa immaginare, che mi fa bestemmiare dall’inizio alla fine, con il freddo piu’ pungente di questo mondo che trasforma l’aria in stalattiti che ti trafiggono i polmoni. Tutto questo e nelle peggiori condizioni. L’accetto. Ci puo’ stare: in queste situazioni orrorifiche riesco a scorgere il mio ruolo, riesco a farmene una ragione, seppur senza ragione, in realta’.
Ma la corsa NO, dio bono.
Quella e’ sempre stata su di un piedistallo lontanissimo, un Mutaforma (v. Fringe🙂 oscillante di Terrore e Orrore, praticata da gente davvero inesplicabile che, con passo leggiadro e ballerino, scivola su nastri di cemento, lungo argini erbosi, su sabbia umida del primo mattino: e sono sempre cosi’ “credibili”, perfino quelli piu’ sfigati che hanno iniziato il giorno prima, fasciati in K-ways e troppo fogati.
Questo semplice interrogativo: “Perche’ Loro si’ e Io no?” e’ rimasto latente per anni, me ne rendo conto solo ora. Solo ora che sono riuscita a frantumare questa paura. Piu’ che altro era per il fatto di non poter avere la liberta’ di uscire e fare la seconda cosa piu’ istintiva di questo mondo, dopo il camminare: correre.
Lunedi’ mi sono svegliata alle 5.10, senza sveglia (giammai) nel perfetto momento di transizione tra notte e giorno, senza traumi che-chissa’-cosa-mi-credevo, e alle 5.30 spaccate ho iniziato a zampettare gioiosa intorno a palazzoni di periferia, silenziosi e scuri, mentre l’aria fredda intorno alla bocca diventava fumo sottile. Umido, fresco e completa solitudine. Questa era la vera immagine in cui fantasticavo di trovarmi se avessi mai avuto l’ardire di correre all’alba. Era davvero cosi’. Pensavo a quanto fosse bella la sensazione di essere l’unica sveglia, perlomeno nel mio raggio visivo, con tutto quello spazio a completa disposizione: che lusso! Intrappolati con troppa gente intorno durante le ore “umane”, fuori, al chiuso: sempre qualcuno all’orizzonte. Cosi’ che quando ti trovi davanti ad un grande spazio vuoto, ti sembra di essere il Re del Mondo. E l’ironia e’ che quando sei da sola, e’ impossibile sentirsi soli: come se avere piu’ “respiro” riuscisse a placare l’inutile e ti facesse assaporare un certo equilibrio sconosciuto.
Sola, per modo di dire, eccetto la presenza saltellante dei Merli, intenti nella colazione albeggiante, che riusciva ad offrire vermoni XL in gran quantita’.
Erano dappertutto: sul marciapiede, in mezzo di strada, sulle panchine solitarie, sui fili elettrici, sugli alberi, in picchiata o completamente immobili.
Poi in un preciso momento, tra la strada e il marciapiede, un piccolo gruppetto si dispone in modo simmetrico, come se ci fosse stato un richiamo comune; li stavo osservando a distanza mentre mi avvicinavo sempre piu’. Era giorno, e filtravano qua e la’ dei sottilissimi raggi di sole che davano alla scena un’atmosfera aulica.
Osservavo la postura nobile dei Merli, la tenuta informale ma di classe, come se stessero indossando dei panciotti neri casual, lo sguardo rivolto verso il sole, il becco fermo e la brezzolina che muoveva il piumaggio…Ecco!
La scena in cui gli angeli si ritrovano immobili a fissare l’alba, salutando il sole che sorge…
Sono ormai le 6.30: i primi rumori, la prima gente a giro, le prime macchine.
Il primo sole della prima alba, mentre plano davanti al portone.
Pant. Smile.
SI

CRONACA DI UNA CADUTA ANNUNCIATA aka BLOODY HAND


Dopo aver dormito poco l’altra notte, cosa rarissima per me dato che tocco il cuscino e ronfo, stamani appena sveglia mi dico che assolutamente nel pomeriggio mi ci vuole una bella corsetta. Penso che 35 minuti, come l’ultima volta, possano andare bene, tanto per stabilizzare questo miracolo di frequenza “podistica”: dalla prima volta di 5 minuti da panico, in cui mi sembrava di non avere fiato nemmeno per pensare, piano, piano sono riuscita a vincere quest’angoscia, ho fatto pura “violenza di autoconvincimento” e, sebbene corra ancora come un fantozziano sacco di patate, perlomeno sto imparando l’arte della pazienza con piccoli passi.

Ma propri piccoli, eh.
Tempo brutto, minaccia di pioggia, vento non troppo forte, ora del dopopranzo con pochi a giro, freschino tanto da osare felpina con cappuccio che penso non mi fara’ annegare in un lago di sudore.
In queste due settimane, da quando ho iniziato, mi sono resa conto che per fare il mio jogging pietoso, l’unico modo che mi faccia partire sotto i migliori auspici, e’ quello di fare perlomeno un minuto di camminata veloce: una sorta di riscaldamento non-violento, in cui cerco di anestetizzarmi e di apparire felice.
Per “fare pari” con l’ora, mi faccio 5 minuti di passo davvero svelto, durante i quali nubi sempre piu’ minacciose prendono campo e un ventolino innocuo sembra diventare un po’ piu’ serio. Che bellezza, penso.
Inizio a correre con una certa tranquillita’, con tutta la mia playlist scelta ad hoc, che in modo schizofrenico spazia dal punk al jazz, cosi’ da poter far fronte a qualsiasi situazione di eventuale scoramento (oh, come mi conosco bene).
Passano 5 minuti di vera pace, di vera armonia col mondo intero che manifesto con un sorriso misto tra l’ebete e il compiaciuto.
Dall’altra parte della strada, lungo un bell’argine erboso, con la coda dell’occhio inquadro un omino con un bel cane da caccia, dal muso bianco e marrone e lunghi capelli svolazzanti.
All’improvviso si ferma proprio mentre passo, si punta e mi guarda fissa, in stile statua di cera. Sorrido e penso a quanto sia bello, con un vago senso di “maestosita’”, in quella posizione e da quell’altezza: sembrava davvero stesse in posa per una qualche copertina di segugi campioni e nobili, con lo sfondo di un’enorme e ricca casa vittoriana inglese e con accanto il padrone compiaciuto e snob.
Gli sorrido, mentre il padrone cerca di tirarlo via per continuare la passeggiata, ma lui si oppone fieramente. Mi viene da pensare che e’ come se stesse osservando qualcosa di strano, un evento particolare, oppure che possa correre talmente male da sembrare una cagna zoppa?
Mentre mi si affollano tali inutili pensieri, mi viene in mente che sono partita un po’ troppo “in tromba”, con un ritmo troppo veloce, e che quindi dovrei rallentare e volare basso.
E’ stata una frazione di secondo che riesco a visualizzare con un taglio fantastico e con una sequenza action alla Mission Impossible: sorrido al cane che con aria preoccupata sembra presagire qualcosa di terribile, guardo avanti, rallento la corsa a tal punto quasi da non alzare i piedi, capito su un misto di fango+ghiaino e la mia prospettiva fila che e’ una bellezza in direzione totalmente orizzontale e verticale allo stesso tempo.
Mentre precipito penso che sto realmente cadendo, che potrei farmi male e la prima reazione e’:”Vabbe’”. Inquietante.
Il secondo dopo sono in terra, la musica si e’ fermata di colpo, vedo l’asfalto e penso in quest’ordine:
Ma Vaffanculo
Guarda che idiota
Mi sa che ho rallentato troppo
E l’iPod?
Che figura di merda se l’omino col cane mi sta guardando
Tutto a posto?
Mi frizza la mano
Alziamoci
Il cane aveva visto giusto
(Sorrido)
Faccio ripartire la musica, controllo la mano piena di ghiaia e sangue, valuto che la bottarella al ginocchio non mi fa male, faccio la conta dei danni e mi dico che sto cadendo sempre meglio da quando mi sfracellavo da piccina: prima riuscivo a “spaccarmi” ginocchia e mani con una certa facilita’, in casa e fuori, mentre ora me l’ero cavata con una sfregiatella alla mano e una sbuccicatura al ginocchio. Grande!
Quello in cui sono sempre stata una vera professionista e’ stato il proteggermi la faccia, soprattutto i denti, sempre e comunque. Forse anche perche’ sono stata vittima di minacce subliminali da parte dei miei che mi ripetevano: “Quando caschi, pensa sempre a proteggerti la faccia, che se ti spacchi i denti bisogna prendere un mutuo per rimetterli…”
E’ stato una sorta di “imprinting” nel campo delle cadute accidentali. Ha sempre funzionato.
Posso continuare a correre? Sarebbe un peccato buttare questo bel tempo freschino e minaccioso…
Infatti riparto tutta felice, piu’ felice di prima, pensando che il tutto sembra davvero surreale.
Mi vedo da fuori e mi trovo davanti una deficiente con due treccine spettinate, soddisfatta, con una mano e un ginocchio sanguinanti (poco per fortuna), e con la sorprendente sensazione che il dolore alla mano e al ginocchio riesca a non farmi sentire la “fatica” del correre.
Molto tipico, mi dico, ma il gioco non vale la candela, dato che la mia tolleranza al dolore e’ molto maschile, ossia pressappoco vicina allo zero.
Penso a quanto mi frizzera’ dopo facendo la doccia, e nei giorni seguenti, e la Principessina Sissi che e’ in me bestemmia amabilmente.
Eppure questa caduta, questo dolore languoroso e questa strada grigia che mi invita ad andare avanti, mi fanno stare bene. Imploro un po’ di pioggerella per sciacquarmi la ferita, ed ecco che inizia a piovere giusto, giusto perche’ mi possa tirare via un po’ di sangue e per rinfrescarmi dal sole che era spuntato poco prima. Mi faccio un vialone lunghissimo, di una zona industriale, mentre molti escono da lavoro, operai e manager in tiro, incastrati nel traffico, e penso a quanto sia bello filare sotto la pioggia, desiderando che la strada verso casa si allunghi un po’ di piu’ ogni minuto che passa. Perche’ cosi’ si sta bene.
Il random dell’iPod finisce su “Live High” di Jason Mraz e “Personal Jesus” coverizzata dagli Old Lemon Juice.
Il mio Ego scoppia di gioia:-)
SI


SU CANI E BAMBINI

Domenica, Ore 8.30.
Passeggiata mattutina con Cucciolo dopo un pigro risveglio nebbioso, protetta da una delle mie felpine con cappuccio, che fa molto rincoglionimento mattutino, ma dice anche che mi sento piena di energia.
Zampetta arzillo lungo il suo solito percorso, in questo periodo infestato da odori di cagne in calore; per nessuna ragione vorrebbe quindi deviare da questa routine. In modo meccanico e accuratissimo, oserei dire quasi al cm, riesce a segnare il territorio varie volte al giorno, con una perizia da far sfigurare il contabile piu’ pignolo sulla faccia della Terra.
Ad un certo punto incontriamo la Signora Anna con la Briciola, una cagnetta di una certa eta’, piu’ o meno coetanea di Cucciolo, un po’ sovrappeso dai troppi biscotti, col musetto vispo, dolce. Questa signora mi conosce da tempo: in passato ci incontravamo regolarmente la mattina presto e durante la pausa pranzo quando passavo a portare fuori Cucciolo. Facevamo lunghe chiacchierate, mi dava consigli sul lavoro, mi raccontava della sua vita: insomma, quel tipo di rapporto di routine che chi ha un cane conosce bene. Alla fine questa gente diventa un’abitudine piacevole, e spesso e volentieri le lunghe chiacchierate diventano perle di filosofia, spicciola o universale, oppure veri e propri pulpiti su temi come politica e religione.
Mentre l’Anna e’ li’ presa a dispensare vari tipi di biscotti a Cucciolo e alla Briciola (il gonnellino di Eta Beta impallidirebbe), ecco che arrivano di buon passo un paio di sue amiche 60/70enni, stavolta senza cani al seguito, perche’ dirette alla Prima Santa Messa della giornata (Oh Gosh).
Si fermano qualche minuto per i classici saluti.
Poi la piu’ arzilla e “devota” delle due, con l’aria furbetta, sorridendo esclama:
“Oh che siete sempre a chiacchierare?…Vu’ sembrate quelle mamme che stanno ai giardini a giornata ‘ntera con i bambini..!”
Ci sono dei momenti, in cui davvero non realizzo coscientemente cosa stia per dire, se sono in procinto di fare l’ennesima gaffe, se il mio commento sara’ inopportuno, se potro’ apparire sborona o aggressiva, ma sta di fatto che quello era indiscutibilmente uno di quei momenti. In una frazione di secondo lo sento arrivare, ma non posso opporre resistenza, quindi le rispondo con un sorriso a 32 denti e con il mio indice sollevato a mo’ di maestrina rompicoglioni:
“…Ma con la differenza che i cani sono molto piu’ bellini dei bambini…!”
LOL Apriti Cielo, Spalancati Terra. L’Anna, che mi spalleggia e che si diverte un mondo quando capitano queste discussioni, inizia a ridere di gusto e si rivolge alla sua amica: “Vai…Hai capito questa ragazza come la pensa?’Gnorante, eh?…”
Mi giro anch’io verso la Tipa che e’ ora un tutt’uno con la maschera di Scream.
“Noooooo….Ma come signorina?….”
Deh, nemmeno le avessi offeso la mamma, che tra l’altro si capiva chiaramente che non volevo insultare o innescare una polemica, dato che stavo ridendo tranquillamente e bonariamente: giuro, e’ vero:-)
“Vabbe’, a me i bambini non piacciono tanto, e se li devo paragonare agli animali, non c’e’ competizione che tenga: preferisco gli animali…”
“Ma come??? – sempre piu’ basita – E allora se dovesse trovare un ragazzo, lei non vorrebbe formare una famiglia e avere perlomeno un bambino?…”
“Mah: il ragazzo ce l’ho e la pensa esattamente come me: non ci interessa mettere al mondo nessun bambino. Magari sarebbe bello avere degli animali, tipo cavalli, mucche, cani…”
Allo sfinimento la Tipa mi sussurra flebilmente: “…Ma…Una coppia senza bambini, che senso c’ha? La vita che senso ha senza bambini?…”
Scoppio a ridere e le dico: “Oh Signora! Siamo 6 miliardi e passa al mondo: mi dovrebbero ringraziare che non voglio affollare il mondo con altri esseri umani!Ma che scherza??!:-D”.
E lei, tipo accecata da una qualche visione maligna, cercava conforto nel crocifisso d’argento intorno a collo.
Allora l’Anna, con le lacrime agli occhi dal ridere, per demolire completamente la reputazione della famiglia di Simo:-), le spiega chi sono, via, palazzo, portone, e ad un certo punto mi sembra di poter vedere chiaramente che tutta la famiglia di Simo, risalendo indietro di qualche generazione, potrebbe venire spazzata via nella sua graduatoria delle “persone per bene”.
Faccio piu’ danni della grandine.
Lei visualizza chiaramente chi, come e perche’, e come ultimo sprecato tentativo, guardandomi fissa negli occhi, mi dice:
“Ma quindi la Silvana, avendo solo Simone, verra’ privata della gioia di un nipotino???!!!”
Inaccettabile.:-)
Come nelle migliori scene di Scrubs con JD perso nel suo mondo, aggrotto il sopracciglio destro guardando in alto, sospendo per due secondi di silenzio assoluto e pieno di aspettative, poi ridiscendo sulla faccia della signora e le rispondo:
“Eh gia’…Poraccia, niente nipotini, s’attacca, mi sa…”
E rido di gusto.
Si’: sono il Maligno che le ha tagliato la strada in una Santa Domenica, forse per mettere alla prova la sua fede, forse per un peccato veniale commesso la sera prima. Chissa’, Non lo sapremo mai.
Sta di fatto che l’Anna e io si rimane li’ a ridere, e che le due tipe, scuotendo vigorosamente la testa, si affrettano verso la Chiesa, girandosi un paio di volte e dicendomi: “Non lo dica signorina, non lo faccia, poi se ne pente…Ci pensi…”.
Beh, mi sarei aspettata anche “Che il Signore sia con Te e ti aiuti nella Redenzione”. Che delusione. Non erano professioniste evidentemente:-)
Queste sono le Domeniche che preferisco.

SI


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